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Edizioni Saecula

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Valeria Mancini

 

Scrive da quando è bambina, tra storielle di animali parlanti, composizioni scolastiche sull'arrivo della primavera, accompagnata da una lucertolina che usciva dalla crepa di un muro assolato, poesie sul riflesso del sole su un filo di ragnatela in cui dondolava, sospeso un ago di pino.
Ma il suo incontro consapevole con la scrittura nasce ad Avignone, durante il festival del teatro, quando Valeria ha 16 anni. Sulla strada verso uno spettacolo di J.P. Sartre (HUis Clos) mimi infarinati, mangiatori di fuoco e saltimbanchi la circondano, la assorbono col loro mondo colorato. Nasce così la sua prima poesia matura.
Essere una scrittrice per lei significa avere la possibilità di dare voce a chi non ne ha, di raccontare storie e conservare memorie. Esigente con se stessa, è spesso insoddisfatta di ciò che scrive, in un continuo riscrivere e limare.

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Storie di donne

Valeria Mancini intervistata dal magazine Gatte Vicentine

Il lavoro dello scrittore

  • La mia ispirazione: la natura, all’ombra di un albero, seduta nel verde
  • Il luogo di scrittura: la mia terrazza, al sole, con vista su Monte Berico. Oppure in Grecia, nel Mani, a Exo Nimfio.
  • Rituale: Riordino la scrivania. Mi preparo una tisana. Se invece ho un’ispirazione improvvisa, scrivo anche sul retro di buste usate, sugli scontrini, in residuati di antichi quaderni dei miei figli.
  • Mi guida la penna: incontrare persone, sconosciuti, per strada, in treno, in auto. Mi incuriosisco e spesso provo a immaginare la loro storia, con chi vivono, dove, che lavoro fanno.
  • Stagione: l’estate, quando viaggio e vedo cose e persone nuove .
  • Il giorno perfetto: quello in cui c’è una bella luce, posso stare nella natura, fare una corsetta, nuotare in una piccola baia solitaria, bere un succo d’ananas, leggere e scrivere in santa pace.

Di film, libri e musica...

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Venivamo tutte per mare

di J. Otsuka

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La mia Africa, di S. Pollack

L'Orlando furioso

di L. Ariosto

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Figlie a ore

badante [ba-dàn-te] agg. Che bada, che sta attento, sorvegliante; s.m. e f. Chi, per professione, accudisce persone anziane.

Sì, ma dietro, dentro, cosa c’è?

Le badanti quasi sempre sono donne. Emigrate da sole dall’America Latina, dal Corno d’Africa, dal sud-est asiatico, spesso dall’est Europa.

In Italia arrivano per ricominciare e trovano un mondo altro, che parla una lingua difficile, mangia in modo strano, veste differentemente.

Trovano anziani bisognosi di cui occuparsi. Trovano mura che le rassicurano ma che possono diventare prigioni fino a farle ammalare. Una forma di depressione che ha preso il nome di “Sindrome Italia”.

Valeria Mancini queste donne le ha incontrate. Per un anno ne ha raccolto le voci.

Scavalcando gli stereotipi che spesso vengono cuciti loro addosso, ne ha ascoltato le storie, le emozioni, i pensieri e le fatiche.

E ce le ha restituite, incastonate in quadretti che sono come incontri, preziosi. Dove si mescolano i mondi, i tempi, le lingue, si sfiorano mani velate di vene azzurrine e altre di unghie dipinte, si fondono i profumi, che pare davvero di sentirli: il basilico annaffiato ogni mattina, i pomodori maturi, i biscotti al sesamo, e l’acetosella, gli asparagi selvatici. A far da sottofondo canti che ricordano casa, e che fanno lo stesso effetto di dirsi: alcune donne hanno pianto, altre hanno riso. Dalle loro parole è nato questo libro di racconti.


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