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© 2021 - Litteralia

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Lidia Furlan

Lo spazio obliquo

A chi scrive.
Agli inquieti.

E a chi non ha la presunzione di comprendere,
ma solo sete dell'altro.

Leggi e ascolta...

L'incipit...

Oggi più nulla è al sicuro. Le mani in ammollo nel lavandino ritraggono e immergono ripetutamente una morbida camicia nera dalla generosa apertura sulla schiena. L’acqua si tinge di scuro, nubi che si ammassano sulla linea dell’orizzonte e i pensieri inquieti si tuffano tra queste oscillazioni, si inabissano verso il fondo, si depositano sulle pareti di ceramica e improvvisamente riemergono, avvinghiandosi come tentacoli, con prepotenza ai polsi. Potrei togliere il tappo e lasciarli scivolare giù per la condotta, potrei farlo ma è un atto di forza e io sono debole. Esposta e inerme. 

 

 Finché scrivo – le dita sulla tastiera e lo sguardo fisso sullo schermo – medito con pudore, intimorita dalle mie stesse parole. Mi ostino con la mente ad andare oltre quella riga. Avrei dovuto limitarmi a contemplare con distacco e finto disinteresse, ma poi è stato solo un brusio corale di emozioni. 

(...)
Le segrete dell’anima completamente allagate. Solo ora, a distanza di giorni, le acque si sono ritirate. Ma adesso sbattono le porte. Più e più volte. Sbattono in balìa di una corrente disordinata che si incunea lungo i corridoi, percorrendoli da un estremo all’altro, in un turbinio di foglie e polvere. Abbagliata dalla luce che invade gli spazi vuoti, porto le mani a riparare gli occhi, per vedere meglio o forse per non vedere affatto. Forte è il desiderio di tenerli chiusi come quand’ero piccola, per schermarli dalle cose sgradite o inattese e poter essere investita senza timore e senza opporre resistenza, per poter cedere sotto lo stesso peso del mio corpo a quella sensazione, così ingestibile e assillante: voglia di evadere, di camminare senza meta e senza obiettivi, in me stessa clandestina. Riecheggia questa parola nella mia mente, ripetutamente: evasione... così ben fatta, così piena e compiuta. Esatta.
                          (pp. 11-12)

(...)
La punteggiatura quando ci si svela sembra non esistere, eppure quegli spazi vuoti, spifferi che dilatano il discorso, che lo rendono più ossigenato, sono in realtà pertugi da cui si possono intravedere i moti dell’anima. Spesso si emettono suoni apparentemente carichi di significato, dal senso finito. Quello che si cela dietro però, che non si espone per diffidenza, è l’essenza preziosa, impalpabile e accecante, che se solo fuoriesce per una distrazione o debolezza, potrebbe stordire da quanto intensa e corroborante.                       (p. 27)

 

(...)
A testa in giù. Ogni tanto lo faccio ancora di guardare tutto sottosopra, soprattutto in presenza della noia. Cerco nuove prospettive. E se quelle che ho a portata di mano non mi soddisfano, o capovolgo il mondo o metto a soqquadro la stanza, proiezione in scala del mondo stesso.
A testa in giù, gli spazi vuoti si riempiono, i pieni si svuotano. Come in una clessidra, così dentro qualcosa scorre e si riassesta. Le parole non dette si mescolano e danno luogo a nuove fantasie, a provocazioni, affamata come sono di pensieri non espressi. Sta tutto lì, alla rinfusa, ma riconoscibile, così famigliare e confortevole. Il calore del mio disordine è una certezza per me e per chi lo interpreta, a suo modo, a mio modo, con enfasi, senza cautela.                                 (p. 53)

(...)
Amo le parole composte da tre sillabe, la loro sonorità.
La cadenza.
Così come amo il punto.
E se due punti si accostano, segue una storia da raccontare.
Senza voce, per osmosi. A mani nude.
Le parole non dette sono lance: dritte, crude e ingombranti.
Contro quel mare di silenzio, la casa sull’albero e la coltre di caligine addosso.                             (p. 89)

Il lavoro dello scrittore


  • Da dove nasce l'ispirazione di questo libro?  

    Galeotta fu una frase pronunciata a tavola, nel pieno di una conversazione di lavoro: “Scrivere è un’arte nobile”. Da lì è insorta l’urgenza di dare forma a quello che oggi mi piace definire un elogio alla scrittura, nella sua forma più pura, verace e intima.


  • Cosa ti ha convinto che l’idea era buona e funzionava?
    L’intensità con cui mi sono apprestata a scrivere. Il desiderio di scrivere era così incontenibile, vivo, traboccante… ho pensato che sarebbe trapelato da ogni singola frase, in ogni figura retorica, in ogni virgola, in ogni pausa.

  • Se dovessi sintetizzare in poche righe il messaggio del libro?
    Non è depositata in esso una vera e propria morale… Parafrasando la mia editrice che un giorno mi scrisse “Non si toccano i cuori scoperti”, potrei controbattere integrando la sua asserzione “…a meno che tu non sia armato di una matita affilata e un animo vivo”. Una spennellata di dolce stil novo in chiave moderna innesca un movimento che fa fulgore da tutte le parti.

  • Chi è il lettore ideale del tuo libro?
    Il lettore ideale è un inquieto di natura, ama la poesia liquida, è introspettivo e intrigato da dettagli che spesso comunemente non destano interesse. Osserva con occhi curiosi e analitici, reinterpreta il reale contaminandolo con il proprio universo sensibile.  

Che suono ha questo romanzo?

Un pezzo amato nel profondo dall’autrice Lidia Furlan e che ha letteralmente fatto da sottofondo alla stesura del suo Lo spazio obliquo.

 

A chiusura del libro, Lidia scrive un ringraziamento "alle musiche di Ezio Bosso, ignaro del suo intenso ruolo".
Più tardi, ha avuto modo di renderlo partecipe e consapevole, di quel ruolo, consegnandogli il volume.

Materiali di approfondimento

La scrittura è l'ignoto.

 

"C'è una follia di scrivere che è in se stessi, una follia di scrivere furiosa, ma non è per questo che si è nella follia. Al contrario. La scrittura è l'ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di quello che si sta per scrivere. E in tutta lucidità. È l'ignoto da sè, dalla propria testa, dal proprio corpo. Non è nemmeno una riflessione scrivere, è una sorta di facoltà che si ha a fianco della propria persona che appare e avanza invisibile, dotata di pensiero. Se si sapesse di ciò che si sta per scrivere non si scriverebbe mai. Non ne varrebbe la pena."                                    (Marguerite Duras)

Scrivere è una missione.
Chi scrive non può mentire.
Scrivere è un atto puro e sincero, nonché estremo. Chi scrive non può essere superbo.
La spocchia vanifica l'atto dell'eviscerare, del far emergere in superficie... imprescindibile.
Chi si limita a comunicare le impurità che stazionano sulla superficie, non sta scrivendo.
Sta solo giocattolando con detriti privi di valore.

 

Una riflessione a partire dall'articolo di Ida Curti che potete trovare qui accanto:

Quando scrivere è sporgersi.
Una riflessione a partire dall'articolo di Auður Ava Ólafsdóttir che potete trovare qui accanto:

"Quella specie di ritorno alla mimesi che alcuni hanno scorto in Malerba all’incirca dalla fine degli anni Settanta è soltanto apparente ed è sommamente ingannevole: se, come sostiene l’autore, la realtà è «obliqua», lo stesso si dovrà dire della sua mimesi, che sarà altrettanto distorta, «per traverso».
«Finita la descrizione delle cose materiali, si dovrebbe passare alla descrizione degli spazi vuoti che stanno fra una cosa e l’altra, cioè il negativo delle cose». Ecco, forse con la sua scrittura Malerba ha cercato di fare proprio questo, esplorare lo spazio vuoto che sta tra le cose e le parole."

 

Una riflessione a partire dall'articolo di Massimiliano Manganelli che potete trovare qui sotto:

  • Antropologia letteraria, 

    di Renata Gambino

Lo spazio obliquo al Museo della pietra di Vicenza di ZovencedoImmergiamoci nello Spazio obliquo per ritrovare noi stessi, non dimentichiamo le nostre scaturiginiUna cena che traduce in gusto alcuni passi de Lo spazio obliquo. Il rientro a casa  dolce.

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