Valeria Mancini

Inizia a scrivere in tenerissima età, il suo primo foglio è la battigia del lungomare, il suo primo lapis un bastone con cui prova a scrivere la parola amore in stampatello, rielaborandone il suono.
Poi c'è stata la poesia, foglio a buchi formato A5, a quadretti, colore rosa.
La scrittura per lei è religione, forgiare in forma scritta i colori e le note dell'animo, renderli vividi, calibrando meticolosamente il ritmo del testo, giocando con la punteggiatura.
Le piace star nascosta dietro la tenda, aspettare che il lettore la trovi, e non viceversa.


Pensavo che fosse ormai tutto già scritto e prestabilito.
Camminavo a passo sostenuto 
senza indugio, la fretta in tasca, giorno dopo giorno, lo sguardo fermo e la strada dritta e sconfinata di fronte a me, l’orizzonte piatto. Poi non ricordo di preciso come e quando tutto iniziò a roteare vorticosamente attorno a me, di sopravvento, facendomi perdere il senso dell’orientamento e la percezione della logica universale. Forse fu una parola, forse un punto di troppo o un eccesso di colore a innescare il meccanismo. Fu un errore di valutazione, mi ritrovai esposta e interdetta. Rimasi stordita a lungo, in un compiuto silenzio, in attesa che questo stato di inquietudine svanisse, ma più cercavo di redimerlo e più vivacemente si manifestava, intenso e indomabile.
Decisi quindi di 
assecondarlo, di lasciarlo fare sperando che sfumasse sulle lunghe distanze.
I soli 
calavano, le lune si levavano e nonostante fossi contrariata da questo disordine, dal non sentirmi più al mio posto in nessun luogo, iniziai ad ammirare questo mondo capovolto, a comprenderne la poetica, a riappropriarmi di antichi spazi scritti di parole non dette, incastrate tra punti sospesi e pensieri alla deriva.
Fu così che compresi che ormai anche per me la via era smarrita, che avrei dovuto imparare a saltare a piedi nudi su segni obliqui, costantemente in bilico, in balia dei contrasti, nell’imperversare dei flutti emotivi, per alleviare quella nuova sete di evasione, di complici veri impulsi.
"
 

Storie di donne

Valeria Mancini intervistata dal magazine Gatte Vicentine
 
 

Di film, libri e musica...

Pane e tulipani, di S. Soldini

Mediterraneo, di G. Salvatores

La grande bellezza, di P. Sorrentino

Le affinità elettive

di J. W. Goethe

Il profumo

di P. Süskind
 
 

Lag Fyrir Ömmu, Ólafur Arnalds

Sei, Negramaro

My favourite things versione carillon

Black Gold, Editors

Figlie a ore

badante [ba-dàn-te] agg. Che bada, che sta attento, sorvegliante; s.m. e f. Chi, per professione, accudisce persone anziane.
Sì, ma dietro, dentro, cosa c’è?
Le badanti quasi sempre sono donne. Emigrate da sole dall’America Latina, dal Corno d’Africa, dal sud-est asiatico, spesso dall’est Europa.
In Italia arrivano per ricominciare e trovano un mondo altro, che parla una lingua difficile, mangia in modo strano, veste differentemente.
Trovano anziani bisognosi di cui occuparsi. Trovano mura che le rassicurano ma che possono diventare prigioni fino a farle ammalare. Una forma di depressione che ha preso il nome di “Sindrome Italia”.
Valeria Mancini queste donne le ha incontrate. Per un anno ne ha raccolto le voci.
Scavalcando gli stereotipi che spesso vengono cuciti loro addosso, ne ha ascoltato le storie, le emozioni, i pensieri e le fatiche.
E ce le ha restituite, incastonate in quadretti che sono come incontri, preziosi. Dove si mescolano i mondi, i tempi, le lingue, si sfiorano mani velate di vene azzurrine e altre di unghie dipinte, si fondono i profumi, che pare davvero di sentirli: il basilico annaffiato ogni mattina, i pomodori maturi, i biscotti al sesamo, e l’acetosella, gli asparagi selvatici. A far da sottofondo canti che ricordano casa, e che fanno lo stesso effetto di dirsi: alcune donne hanno pianto, altre hanno riso. Dalle loro parole è nato questo libro di racconti.